Sunday, July 3, 2022

Il rinascimento: l’era delle poetesse. Parte seconda. La Fortuna come filo conduttore del Canzoniere morriano.

La Fortuna come filo conduttore del Canzoniere morriano.

Nel terzo sonetto delle Rime di Isabella Morra, possiamo ritrovare la Fortuna, incontrastata protagonista delle stanze poetiche. “La mia adversa e dispietata stella”, come dirà nei versi seguenti la Morra; infatti la Fortuna tesse uno spietato destino contro cui Isabella afferma di sparger “querela” e contro cui però non può opporre resistenza.

Sonetto terzo

D’un alto monte onde si scorge il mare
miro sovente io, tua figlia Isabella,
s’alcun legno spalmato in quello appare,
che di te, padre, a me doni novella.

Ma la mia adversa e dispietata stella
non vuol ch’alcun conforto possa entrare
nel tristo cor, ma, di pietà rubella,
la calda speme in pianto fa mutare.

Ch’io non veggo nel mar remo né vela
(così deserto è lo infelice lito)
che l’onde fenda o che la gonfi il vento.

Contra Fortuna alor spargo querela
ed ho in odio il denigrato sito,
come sola cagion del mio tormento.

L’ “adversa e dispietata stella” continua, come posto in evidenza, a guidarci nel cammino interpretativo della poesia di Isabella Morra.
Nel testo si avverte, come pure sottolineato da eminenti critici, il tema dell’abbandono, vissuto poeticamente anche attraverso una consonanza letteraria tra la Morra e l’Ariosto. Il parallelismo in questione lo si può ritrovare nell’episodio di Olimpia abbandonata su un’isola da Bireno suo promesso sposo. Del resto questo racconto, (e la Morra doveva conoscere il mito greco riflesso), riecheggia quello di Arianna abbandonata da Teseo nell’isola di Nasso, in seguito a un sogno in cui Dioniso gli dice in modo perentorio di lasciargli la ragazza di cui si era innamorato.

Così Olimpia sale su una roccia, osserva addolorata le vele che si allontanano.
(Orlando furioso /Canto 10/ottava 23)

Quivi surgea nel lito estremo un sasso,
ch’aveano l’onde, col picchiar frequente,
cavo e ridutto a guisa d’arco al basso;
e stava sopra il mar curvo e pendente.

Olimpia in cima vi salí a gran passo
(cosí la facea l’animo possente),
e di lontano le gonfiate vele
vide fuggir del suo signor crudele

E grida più volte il nome di Bireno.
(Orlando furioso /Canto 10/ottava 24)

… il grido volto,
chiamò, quanto potea chiamar piú forte,
piú volte il nome del crudel consorte

Si lascia andare infine al profondo dolore che la invade.
(Orlando furioso /Canto 10/ottava 24)

Ma i venti che portavano le vele
per l’alto mar di quel giovene infido,
portavano anco i prieghi e le querele
de l’infelice Olimpia, e ’l pianto e ’l grido…

Tornando alle risonanze letterarie, il personaggio Teseo/Bireno del mito greco e ariostesco assurge a simbolo di capriccio, incostanza, leggerezza. Isabella, però, non avendo nella realtà una figura maschile di riferimento da opporre alla sua infelicità di donna sola, prende in prestito quella paterna: Michele Morra; ma, attenzione, Michele non veste i panni del malvagio, poiché, anzi, figura agli occhi della figlia innocente, come colui che potrebbe portare un messaggio di salvezza, di libertà attraverso il mare che lei “mira sovente”.

Allora, chi incarnerà la tanto temuta immagine del traditore? Sarà la Fortuna, la sua cattiva stella:

Ma la mia adversa e dispietata stella (Rime, seconda quartina, verso 2,)
non vuol ch’alcun conforto possa entrare/nel tristo cor… (Rime, seconda quartina, verso 2).
Contra Fortuna alor spargo querela” (Rime, prima terzina, verso 1).

Richiami simbolici, inoltre, si possono riscontrare tra Ariosto e Morra, circa le scelte lessicali: il mare, le navi, l’alto monte (il sasso è per la Morra il monte Coppola) che domina le acque sottostanti. Ora mentre Isabella Morra non vede imbarcazioni che arrivino a portarle la buona novella da parte del mare, (Ch’io non veggo nel mar remo né vela/ che l’onde fenda o che la gonfi il vento), l’Olimpia di Ludovico Ariosto, al contrario sì (e di lontano le gonfiate vele/vide fuggir del suo signor crudele– Canto 10, ottava 23, versi 7-8).

Nella prima quartina delle Rime, avvertiamo nelle parole di Isabella un desiderio di vita, una volontà di rinascita, una fiducia riposta tutta nel padre e affidata al mare, speranza sottolineata dal verbo Miro – della prima quartina-  a cui si contrapporrà il verbo non veggio – della prima terzina.

Il padre, nonostante la sua lontananza, rappresenta per la figlia quel segno che potrebbe fare la differenza. Quel Ma, d’ inizio della seconda quartina ci dice, tuttavia, che le aspettative appena annunciate non potranno avere durata; il cuore della poetessa sa che la sua “avversa e spietata stella” non permetterà alle  vele tanto attese di potere entrare nel mare. L’uso dell’analogia: “nave / cuore”, quale espediente retorico per la costruzione della stanza poetica, è qui pregnante; il binomio dei due termini si pone infatti nel testo come una specie di equazione la nave/conforto che non potrà entrare nel mare in sintonia con  il tristo cor. La stella avversa, irriducibile al sentimento della pietà, farà mutare la speranza in pianto.

Sempre a proposito della prima quartina, possiamo trovare punti di contatto tra le Rime della Morra e quelle del Bembo.

(Pietro Bembo, Rime, 33,5-8)

 

Isabella Morra, Rime, stanza 3, versi 5-8

 

Già bella solo, or di pietà si nuda

Insieme, lasso, e si d’amor rubella,

che, vedete tenor di fera stella,

temo non morte le mie luci chiuda.

 

Ma la mia adversa e dispietata stella

non vuol ch’alcun conforto possa entrare

nel tristo cor, ma, di pietà rubella,

la calda speme in pianto fa mutare.

 

 

Risonanze letterarie certo dovevano essere vive nella poetessa, a proposito del canto XXVI dell’inferno, nel verso in cui la gioia della compagna picciola di Ulisse presto volge in pianto. (Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto – verso 136).

Isabella non vede nel mare remo né vela; forse è sotteso nel verso che riporta le parole che l’onde fenda o che la gonfi il vento un desiderio di mare che possa essere ingrossato dal vento, pur che indichi segnale di imbarcazione in arrivo. Allora ecco i lamenti contro la Fortuna e l’avversione nei riguardi del posto che la vede prigioniera, responsabile del suo supplizio.

Altre corrispondenze lessicali letterarie possono essere riscontrate tra Petrarca e la Morra, in relazione alla prima terzina della poetessa.

Francesco Petrarca Canzoniere vv 2,5-8 Isabella Morra, Rime, terzina 1
  Quel vivo sole alli occhi miei non cela,

nel qual honesto Amor chiaro revela

sua dolce forza et suo santo costume;

onde e’ suol trar di lagrime tal fiume,

per accorciar del mio viver la tela,

che non pur ponte o guado o remi o vela,

ma scampar non potienmi ale ne piume

Ch’io non veggo nel mar remo né vela

(così deserto è lo infelice lito)

che l’onde fenda o che la gonfi il vento.

 

 

Reminiscenze delle Rime del Poliziano, circa il verso come sola cagion del mio tormento (terzo verso della seconda terzina di Isabella Morra)

Agnolo Poliziano, Rime, XX, 4 Isabella Morra, Rime, terzina 2
S’i’ ti credessi mai essere nel core,

i’ sarei degli amanti il più contento;

ma quel ch’è dentro non si vede fore,

e questa è la cagion del mio tormento

 

Contra Fortuna alor spargo querela

ed ho in odio il denigrato sito,

come sola cagion del mio tormento.

 

 


Bibliografia:

“Isabella Morra, Rime” a cura di Gianni Antonio Palumbo, Stilo editore
Ludovico Ariosto, Orlando Furioso
Francesco Petrarca, Canzoniere
Pietro Bembo, Rime
Agnolo Poliziano, Rime
Dante Alighieri, La Divina Commedia- Inferno

Marina Agostinacchio
Marina Agostinacchio
Nel 1998 e nel 2007, Marina Agostinacchio è tra i vincitori del concorso nazionale di poesia “Premio Rabelais”. Nel 2006 è tra i finalisti del Premio “Tra Secchia e Panaro”. Nel 2002 ha ottenuto il Premio internazionale Eugenio Montale per l’inedito. Nel 2006 pubblica la raccolta di poesie Porticati, nel 2009 la raccolta Azzurro, il Melograno, nel 2012 Lo sguardo, la gioia, nel 2014 Tra ponte e selciato. Nel 2021, Marina Agostinacchio ha pubblicato il volume di poesie Trittico berlinese.

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