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Il mare di lato. Un affresco romanzato, ma non troppo, della nostra storia radicata nel mare

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1 November 2012

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Il nuovo libro di Vito Antonio Loprieno, IL MARE DI LATO, ripercorre in forma romanzata, attraverso i ricordi di Francesco Pascazio, le vicende storiche che hanno contrassegnato alcuni momenti salienti del nostro passato più o meno recente.

Francesco, un ex ferroviere in pensione, figlio di bracciante e nipote di pescatori, che per anni ha viaggiato lungo la costa adriatica, alla guida dell’Intercity Bari-Pescara, guardando, appunto, il mare di lato, racconta quel mare che, nonostante la sua presenza rassicurante durante le notti di lavoro, ha ingoiato nei suoi abissi anche le innocenti vite di alcune persone a lui care.

L’incontro con il professore Aurelio Viggiano, di origini pugliesi e alla ricerca di fonti storiche per il suo libro, diviene il motivo conduttore del volume. Francesco, riandando indietro nel tempo e ripescando tra i tanti ricordi di famiglia, accompagna il lettore attraverso un periodo storico tormentato, che parte dai primi anni del Novecento (matrimonio del nonno Vitangelo con Anna nel 1906), ripercorre il ventennio fascista e la seconda guerra mondiale, per approdare ai nostri giorni.

Epicentro del racconto, la rievocazione della terribile tragedia verificatasi in acque greche, tra Corfù e S. Maura, dove, due pescherecci molesi (Nuova S.S. Addolorata e Nuovo S. Spiridione) con a bordo 16 marinai molesi, il 9 gennaio 1930 scomparvero senza che si sia mai conosciuta l’esatta dinamica degli eventi.

Un romanzo corale e di forte impatto emotivo, dove si fondono amori e passioni, morti dolorose e tragedie inaspettate che hanno quale protagonista il mare. Quel mare che Aurelio, di ritorno a Mola dopo tanti anni di studio e lavoro al nord, vuole ritrovare e raccontare. Ad animare il romanzo sono le vicende di gente umile che ha vissuto la guerra e l’ha combattuta, di protagonisti di fatti realmente accaduti, di soldati impegnati a difendere la patria fino all’ultimo respiro; sono rievocate le lotte sindacali per arginare il fenomeno aberrante del fascismo, le misere condizioni di vita, ereditate con l’Unità d’Italia, che costringeva tanta gente ad emigrare, come ha fatto Aurelio con tanti altri, in cerca di miglior fortuna.

A proposito della scomparsa dei marinai molesi, l’autore, con un pizzico di fantasia, e servendosi del sogno raccontato da Andrea (figlio di Vitangelo, uno dei due capi barca), fornisce una tesi abbastanza verosimile dei fatti. I due pescherecci, S. Spiridione e Nuova SS Addolorata, dopo una pesca abbondante in acque greche, nei pressi del porto di Kèrkira, vedono spuntare, da dietro un promontorio, una nave militare con due cannoni sulla prora. Nello stesso istante dal porto escono due grosse motovedette, anche queste armate. Il caccia che hanno di fronte si mette di traverso sbarrando loro la strada e puntando contro i cannoni. Le due vedette affiancano i pescherecci e i marinai, senza divisa, impugnano fucili mitragliatori e intimano di fermarsi. Dopo essere saliti a bordo, si fanno consegnare tutte le casse di pesce, affermando che quello è il “loro” mare e che anche il pesce gli appartiene.

I pescatori molesi vengono accusati alla stregua di ladri e assassini, insultati e fatti oggetto di sputi e offese varie. Seguono fasi concitate che sfociano in una sparatoria proveniente dalle motovedette. Le pallottole colpiscono uno a uno i marinai molesi. Vitangelo, nel vedere il figlio Domenico, che sull’altra imbarcazione è stato colpito a morte, si lancia scavalcando la paratia e, dopo avere raggiunto e abbracciato il figlio morente, esclama disperato: “Dio, SIGNORE!…Dove sei?” Ma l’anziano marinaio non può ascoltare la risposta di Dio che, come al solito, è in tutt’altre faccende assorbito, mentre a sua volta viene colpito a morte da diversi proiettili. “Alcuni dei ragazzi si nascondono in fondo alla stiva, ma quelli non si limitano a sparare, ad un tratto decidono di speronare le due motobarche che, una volta colpite, affondano in pochi attimi con il loro triste carico di vite. Spezzate. Come la carena delle barche. Insieme a queste consegnate al mare, inerme e silenzioso”.

È utile sottolineare che i nomi di quei marinai molesi, scomparsi misteriosamente il 9 gennaio 1930, vengono ricordati da una lapide posta di fronte al torrione, sulla Lungara Porto, proprio all’angolo dell’ex bar Saturnia. La lapide voluta dagli Amici emigrati a Brooklyn, porta la data del 25 gennaio 1931 e la significativa locuzione “con Fraterno Cordoglio “.

L’autore rievoca, oltre alla tragedia dei pescatori, l’assassinio di Giuseppe Di Vagno, avvenuto il 24 settembre 1921 a Mola. In quella tragica circostanza, Giuseppe Di Vittorio, autorevole esponente nazionale della CGIL, portò personalmente il suo saluto al martire socialista.

Non mancano riferimenti specifici alla Seconda Guerra Mondiale e ad altre vicende entrate a far parte della nostra storia più o meno recente: il bombardamento di Taranto, l’11 gennaio 1940, e quello degli aerei tedeschi sulla città di Bari, la sera del 2 dicembre 1943. Loprieno coglie l’occasione per ricordare le migliaia di bombe all’iprite imbarcate sulla nave americana John Harvey e su diversi Liberty alla fonda nel porto barese in quel tragico frangente. Bombe rimaste sul fondale del porto a seguito dell’attacco tedesco.

Il generale Eisenhower definì il bombardamento di Bari la sconfitta più pesante dopo Pearl Harbor, mentre, invece, il primo ministro inglese Winston Churchill pose una terribile censura sul disastro, arrivando a far cancellare ogni riferimento all’iprite e condannando così a una morte atroce centinaia di soldati e di civili baresi, ricoverati al policlinico e curati per semplici ustioni. Le operazioni di bonifica del porto iniziarono nel 1947 e non si trovò di meglio, una volta recuperate le armi chimiche, di andare a scaricarle a nord di Bari, tra Giovinazzo e Molfetta, precisamente all’altezza di Torre Gavetone”.

Si tratta di un volume che tutti i molesi, e gli emigranti in particolare, dovrebbero custodire nelle loro case, non solo perché i contenuti ci riguardano molto da vicino, ma soprattutto per non dimenticare il sacrificio dei nostri pescatori ai quali gli emigranti di Brooklyn vollero dedicare la lapide cui si è fatto cenno.

È opportuno evidenziare, peraltro, che il libro è dedicato a Enzo Del Re, il cantastorie molese scomparso recentemente e che, in tema di lavoro sul mare, ebbe occasione di realizzare un affresco intitolato U cande du navegande .

Il volume di Loprieno richiama in ogni singolo capitolo il valore della condivisione e della solidarietà che annulla le differenze. Quei valori che conducono il lettore a identificare il mare come un ponte che unisce popoli e culture, amore e disperazione, passioni e tragedie inattese. Come il valore della libertà che è paragonata al mare, perché la libertà, come il mare, non può essere rinchiusa.

Il mare di lato cui si ispira Loprieno è il nostro mare Adriatico che, è bene sottolinearlo, non ha ricevuto, da parte di tutti coloro che in qualche modo ne hanno tratto giovamento, nel recente passato e ancora oggi, il rispetto che certamente meritava. Quel mare che, nonostante l’inquinamento selvaggio delle più diversificate attività umane, continua a provvedere al sostentamento delle opposte popolazioni rivierasche, soddisfacendo in varia misura le diverse esigenze di lavoro, di svago e di sussistenza.

L’inquinamento che ancora oggi siamo costretti a registrare, unitamente alla mancanza di sensibilità a difesa dell’ambiente, in aggiunta alle decisioni politiche propense all’autorizzazione delle trivellazioni petrolifere al largo di Monopoli, mi portano a considerare l’opportunità indilazionabile di un ricambio generazionale della classe politica e dirigente del Paese, anche se ciò mi costerà l’accusa di qualunquismo, di disfattismo e di voler incrementare il fronte dell’antipolitica. Non vorrei che, in considerazione della valutazione politica (preoccupata solo del consenso per la rielezione) ed economica (tutta squilibrata in ragione del profitto), ci ritrovassimo, fra non molto, con le spiagge ricoperte di catrame a causa delle trivellazioni in mare. Non solo. Non vorrei che il timore più volte manifestato agli amici sulla spiaggia di Mola, si avverasse in una prospettiva non molto lontana. Quello cioè che le generazioni future si potrebbero ritrovare a denunciare il fatto che: “non molto tempo addietro, ‘nel nostro mare’ Adriatico, ci si poteva anche fare il bagno”.

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Vincenzo D'Acquaviva

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