Tuesday, Jul. 17, 2018

“IL CIBO GETTATO E I “PIATTI FINTI” DI MAMMÀ”

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19 June 2018

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“IL CIBO GETTATO E I “PIATTI FINTI” DI MAMMÀ”
Dedico questa “lettera” in particolare ai miei connazionali emigrati negli Stati Uniti che con il costante e serio impegno hanno saputo mutare stenti, sacrifici e rinunzie in eccellenze di lavoro e di cultura che hanno dato e danno onore all’Italia intera e a tutti i Paesi che li hanno accolti.
Il 2018 è l’anno dedicato al cibo. Tutti raccomandano meno sprechi ma continuano ad esserci tonnellate di viveri buttati e milioni di esseri umani che muoiono di fame…
ed io penso alla umiliante miseria degli anni della guerra e del dopoguerra e  ai “PIATTI  FINTI”  DI  MAMMA’ …
 
Quando stampa e televisioni ci informano della quantità di cibo che viene gettato via ogni giorno, sprecato senza arrivare neppure sulle tavole, e penso ai tanti milioni di persone denutrite e a tutti i bambini che muoiono di fame, mi rendo conto che davvero è “tutto sbagliato, tutto da rifare” – come diceva spesso il grande Gino Bartali!
Io, scugnizzo del 1940, nato e vissuto in una Napoli distrutta dai bombardamenti e umiliata dalla miseria più nera, rivivo i miei primi anni di vita nel ricordo di quel periodo tanto difficile ma sicuramente ricco di una umanità che oggi stento a trovare. E’ una vergogna per il mondo intero sapere di tonnellate di cibo buttate! Un disonore e uno sfregio alla miseria voluto dai tanti che vivono solo di egoismi e solo per se stessi! La statistica dice che una famiglia media getta nella spazzatura circa 120 kg di cibo all’anno.
Leggendo questa notizia non potevo non ricordare gli stenti di noi bambini d’allora a cominciare dal desiderio di una fetta di pane. Ci pensate? Un poco di pane chiedevamo, non una porzione di timballo di maccheroni o un pollo arrosto o una fetta di torta, solo un poco di pane!  Vado indietro nel tempo di settant’anni e rivedo mia madre davanti al focolare con un ventaglio logorato dall’uso e dal tempo per soffiare sul carbone che stentava ad accendersi. Un fuoco che serviva per cucinare qualcosa da mangiare ed anche un poco per riscaldare la cucina dove si trascorreva quasi l’intera giornata. L’esercito alleato, che ci aveva liberato dal nazifascismo, oltre ai tanti “neonati napoletani nire nire” che cominciarono a nascere nove mesi dopo la liberazione, ci regalava le scatole con la “polvere di uova” (con cui si facevano le frittate) e la “polvere di piselli” che unita alle bucce di patate e di piselli veri che si riuscivano a recuperare nelle case dei meno poveri permetteva di preparare una buona zuppa. Ma una delle pietanze più desiderate era “il finto capretto al forno”: patate, un paio di cucchiai di sugna, qualche spicchio d’aglio, cipolle, un rametto di rosmarino, sale e pepe… E quando qualcuno di noi figli chiedeva: “Mammà, ma ‘o crapetto addò sta?” La risposta era sempre la stessa: “Se l’ha magnato ‘o mammone!” (Se l’è mangiato il mammone – un mezzo uomo e mezzo mostriciattolo che traumatizzava noi bambini solo a sentirlo nominare).
Poi c’era la “finta parmigiana”: melenzane fritte condite con qualche pomodoro e un po’ di aglio equando ce n’era disponibilità anche una spruzzatina di formaggio grattugiato. E ancora: il “finto baccalà”: “nu sarachiello” (aringa sotto sale) tagliuzzato e cotto con  cipolle, capperi, qualche oliva e l’immancabile cucchiaio di sugna che riusciva a magnificare il tutto. Ma il piatto forte e particolarmente richiesto e gradito da tutti era la “finta genovese”: cipolle quante più ne potevi mettere, un po’ di pomodori, sale, pepe, ” ‘na capa d’accio” (sedano) e l’immancabile “nzogna” (sugna)… naturalmente, assenza totale di carne. Per questo sugo la pasta d’obbligo erano i “mezzanelli” o gli “ziti”,rigorosamente spezzati a mano. Vi assicuro, non si avvertiva assolutamente la mancanza della carne: quel piatto di pasta con “finto sugo alla genovese” ti faceva riconciliare con il mondo intero e per un po’ dimenticavi ogni tristezza! C’era miseria, vero, ma c’era anche più famiglia, più semplicità, più cuore.  Soprattutto non c’era l’uso indiscriminato degli smartphone che produce un vuoto quasi assoluto tra figli e genitori e genitori e figli.  Dobbiamo avere l’onestà di riconoscerlo! E c’era anche più rispetto e più educazione, e si dava il giusto valore ad una stretta di mano e ad una parola data.
Poi è venuto “il miracolo economico” ed un progresso che non abbiamo saputo gestire. Ed oggi, nel bene e nel male, ne paghiamo le conseguenze, tutti! Sicuramente quei sughi preparati da tante mamme erano poveri e finti perché mancavano sia i beni di prima necessità sia i mezzi economici per comprare carne e pesce ma, sicuramente, era vera, ed anche un poco magica, l’armonia e la gioia che tante mamme, come la mia, riuscivano a creare intorno al tavolo dove si gustavano i loro piatti di “finto baccalà”, “finto capretto al forno” e “finta genovese”!  
 
Raffaele Pisani

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