Thursday, September 23, 2021

Intervista a Gustav Thoeni, campione olimpico e memoria dello sci

La XXXII edizione dei Giochi olimpici si terrà in Giappone dal 23 luglio all’8 agosto prossimi. Nel Paese del Sol Levante si tennero anche le Olimpiadi invernali del 1972, a Sapporo, capoluogo dell’isola di Hokkaido, estremo lembo settentrionale dell’arcipelago nipponico. In quell’occasione un giovane atleta italiano, Gustav Thoeni, conquistò la medaglia d’oro nella gara di slalom gigante e l’argento in speciale. Thoeni, nato nel 1951 a Trafoi (Bz), vicino al passo dello Stelvio e al confine con la Svizzera, è stato uno dei più grandi sciatori italiani di tutti i tempi e leader della cosiddetta “valanga azzurra”, la squadra nazionale che dominò – e innovò – il mondo dello sci nel corso degli anni ’70. Nel suo palmares, quattro Coppe del mondo generali (1971, 1972, 1973 e 1975) e cinque di specialità, due ori ai Mondiali di S. Moritz del 1974 e un argento nello slalom olimpico di Innsbruck del 1976. Conclusa la carriera agonistica è sempre rimasto nel mondo dello sci, come tecnico, anche di Alberto Tomba, e come imprenditore turistico. La sua esperienza e il suo carisma lo rendono un testimone e un interprete della storia di questo sport difficile da eguagliare.

Quali sono i ricordi più vividi legati all’esperienza di Sapporo?
Un ricordo unico e indelebile, come può essere quello della “prima volta”. L’immagine che più mi è rimasta impressa e il ricordo che ancora oggi mi emoziona è quello della cerimonia di premiazione, con l’inno nazionale e il tricolore accanto alla bandiera olimpica. Poi, il fascino di un Paese così lontano, dove tutto era diverso, dalla gente al modo di vivere. Io vi ero già stato due anni prima, e me ne ero innamorato… Ricordo anche l’impressione per il livello tecnologico che il Giappone riusciva a esprimere: ero un grande appassionato di fotografia, e apprezzai particolarmente le loro fotocamere e apparecchiature.

Dopo quella Olimpiade, la pratica dello sci registrò un vero e proprio boom, diventando uno sport di massa.
Per noi che gareggiavamo l’obiettivo era il risultato sportivo, non pensavamo certo agli effetti dell’evento olimpico. Indubbiamente, dopo quelle gare e le nostre vittorie trasmesse in mondovisione, tutti si sono accorti dello sci. La politica, l’informazione e l’industria turistica hanno saputo interpretare il momento favorevole e promuovere gli sport invernali, con tutto quanto vi gira intorno: grandi investimenti nelle infrastrutture, nuovi impianti, nuovi materiali. Cominciò la moda delle settimane bianche e gli italiani si scoprirono sciatori.

E a livello culturale, come cambiò lo sci agonistico?
Nei primi anni ’70 lo sport era ancora legato allo spirito del dilettantismo. Non c’erano sponsor. Addirittura, all’arrivo delle gare olimpiche gli addetti alla pista ti toglievano gli sci affinché non venissero inquadrati i marchi. In quegli anni tutto cominciò a evolvere: dall’organizzazione delle squadre alla preparazione fisica, dalla sicurezza al modo di preparare piste e tracciati, fino ad arrivare, nel giro di pochi anni, ad autentiche rivoluzioni, come i pali snodati e la neve artificiale. Questo perché lo sci, come tutti gli sport, è volto alla costante ricerca del miglioramento della prestazione.

La squadra azzurra di quegli anni – con la direzione tecnica di Mario Cotelli – curò molto la parte relativa ai materiali e all’innovazione tecnologica. Cosa ricorda di questi aspetti?
Fu un periodo di cambiamenti radicali. Fino a quel momento aveva prevalso la dimensione artigianale. Posso citare l’enorme evoluzione dei materiali e delle tecniche con cui si fabbricavano gli sci; le colle epossidiche che permettevano di realizzare strutture composite accoppiando materiali diversi come legno, metallo e fibre sintetiche; l’avvento delle materie plastiche nelle calzature, che sostituirono il cuoio; gli attacchi di sicurezza. Molte case produttrici diventarono vere e proprie industrie, con reparti di ricerca e sviluppo.

Qualche aneddoto in proposito?
I test delle tute da discesa libera, realizzate in tessuto sintetico lucido e sviluppate nella galleria del vento della Fiat per migliorare l’aerodinamica. Non erano assolutamente traspiranti, e dopo un quarto d’ora chi le indossava era completamente fradicio, compromettendo anche la prestazione fisica.

Come a dire che, al netto delle tecnologie e dei materiali, a vincere è sempre il più bravo
Appunto.

La sua tecnica personale – con il famoso “passo spinta” – è stata studiata anche da alcuni scienziati. Come è nata e come si è sviluppata?
Era frutto di istinto e predisposizione naturale. Usavamo sci molto lunghi e, per farli girare meglio, li usavo in quel modo. Una tecnica che venne anche copiata e rielaborata, ad esempio da Ingemar Stenmark e Heini Hemmi. Mi fa piacere che venga ancora citata e studiata.

Dopo la pandemia, come vede il futuro dello sci?
Per il livello agonistico non ha rappresentato un grande problema. Le gare dell’inverno scorso, anche senza pubblico, lo hanno dimostrato. Molto diverso il discorso per lo sport amatoriale, per gli organizzatori e per l’industria legata allo sci. Dovrà cambiare l’approccio alla montagna e al turismo invernale, ma si riprenderà. Lo sci resta uno sport bellissimo.

Maurizio Gentilini [Almanacco delle Scienza N.13, 30 giugno 2021]

editoreusa
Tiziano Thomas Dossena, Direttore Editoriale della rivista.

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