Monday, Dec. 10, 2018

Giorgio Morandi al Metropolitan Museum di New York

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1 November 2012

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Il 14 dicembre scorso, si è chiusa la retrospettiva su Giorgio Morandi presso il Museo d’Arte Metropolitan, ultima di una serie di mostre newyorchesi dedicate all’artista bolognese (il 5 dicembre si era conclusa l’esposizione presso l’Istituto Italiano di Cultura a titolo Giorgio Morandi: Watercolors and Drawings 1920-1963, mentre il 30 ottobre aveva chiuso i battenti la breve ma intensa esibizione della Casa Italiana della New York University Zerilli Marimò, Giorgio Morandi: Etchings 1912-1956). Queste tre mostre, aperte al pubblico in voluto sincronismo, hanno permesso al pubblico dell’area metropolitana newyorchese di ammirare le opere del noto artista in una presentazione ideale, sia per la validità delle selezioni fatte dagli organizzatori che ha diligentemente coperto tutta la gamma della sua produzione artistica, sia per i locali in cui sono state esposte. Ci auguriamo che i nostri lettori che abitano nelle vicinanze abbiano avuto l’opportunità di visitare almeno una, se non tutte, di queste esibizioni, che hanno offerto, nel loro complesso, la più vasta raccolta di opere Morandiane che sia mai approdata in America. L’artista, scomparso nel 1964, è stato un precursore del movimento minimalista, e chiaramente merita un posto d’onore nella storia dell’arte moderna italiana, se non altro per il coraggio e la determinazione che ha dimostrato nel voler sperimentare in una tematica, la natura morta, nella quale molti artisti moderni hanno solo tentato fugaci novelle produzioni, abbandonando molto spesso i loro futili tentativi di trovare qualche cosa di nuovo in questi studi dopo breve tempo. Le regie eccezioni a quest’apparente incompatibilità tra la ricerca del nuovo e la natura morta come soggetto furono Picasso, che impiegò questo tema proprio per iniziare i suoi primi approcci all’astratto, e Paul Cezanne, che riuscì a dar nuova vita alle sue composizioni, ripetendole con varie angolazioni e rendendole sempre entusiasmanti all’osservatore. Certo, però, quella di entusiasmare non è un’accusa che si può lanciare a Morandi. Le sue nature morte, prese singolarmente, sono proprio “morte”, nel senso che cercano deliberatamente di non stimolare emozioni nell’osservatore che lo possano connettere in alcun modo all’artista, e ambiscono esclusivamente alla riproduzione di oggetti che si differenziano per la luminosità, la collocazione ed il campo ottico dal quale sono stati ripresi. Le emozioni devono, quindi, scaturire dalla “poesia e maestosità” degli articoli ordinari, che Morandi riprodusse in serie di quadri con piccole varianti d’impostazione, senza desiderare d’introdurre quell’introspezione che caratterizza l’opera di Cezanne, del quale Morandi era un aperto e sincero ammiratore, o alcuna emotività, che l’artista considera superflue alla creazione di una composizione artistica, da lui assemblata esclusivamente “per lo studio della forma”. È proprio questa visione estremamente limitante dell’espressione artistica, però, che porta Morandi al di sopra della massa dei pittori suoi contemporanei che, cercando disperatamente di differenziarsi nella loro produzione, ottenennero solo di conformarsi ad una scuola o ad uno stile preesistente, seguaci loro malgrado, piuttosto che guide. La sua ricerca della “forma pura, non adulterata”, lo forza a creare “l’antitesi del colore”, la negazione della policromia, realizzando quadri affascinanti proprio per la loro carenza di vitalità e per la loro sembianza d’essere incompleti, dimostrata nelle pennellate a prima vista indecise, quasi inesperte, ma in realtà frutto d’interminabili sedute e di studi che rasentavano l’ossessione.

 

Possiamo notare in queste sue opere esposte a New York i tentativi di riesaminare le opere di altri “grandi” dell’arte, riproducendole con una diversità d’impostazione che le spoglia della loro intensità, sia cromatica sia grafica; all’occhio non preparato potrebbero sembrare delle copie mal riuscite, dipinte da un pittore inesperto, ma analizzando l’opera di Morandi nel contesto di una mostra così integrale ed inclusiva, anche il visitatore inesperto può apprezzare la lenta ma persistente metamorfosi artistica dell’artista, che lo portò a studiare metodicamente gli artisti che egli ritenne più consoni alla propria sensibilità artistica, da Giotto a Piero della Francesca a Paul Cezanne, evolvendo la sua arte in continui, quasi impercettibili incrementi che provano un meticoloso e sincero lavoro di ricerca, legato altresì ad una rispettabile etica professionale. Si, proprio quei dipinti che sembravano asettici, quasi frutto di una mente che non poteva apprezzare la potenza vitale degli oggetti che lo circondavano e che furono prescelti per la loro anonimità, prendono vita, quando considerati nel contesto contemplativo e continuativo consentitoci da questa magnifica mostra. I suoi primi quadri, che riflettono l’influenza della pittura metafisica, hanno invece una sensibilità e potenza artistica che spicca. Stranamente, Morandi distrusse quasi tutte le opere di questo suo periodo iniziale, quasi volesse negare quella sua sensitività, quelle sue divergenze colme di contrasti cromatici e di pennellate decise, così diverse dalle opere per le quali divenne famoso. Le opere che caratterizzano la produzione degli ultimi anni, invece, riprendono lo studio del colore, ma in fase eterea, più come esercizio che come reale produzione artistica. Le composizioni riecheggiano il movimento astrattista ed hanno un evidente effetto favorevole sul visitatore, ma sono carenti, sia nella misura fisica sia nella convinzione artistica, deludendo così per la loro limitazione. Questa, del resto, è la pecca di quest’artista: le sue opere sembrano, pressoché, tutte degli studi, degli schizzi, dei bozzetti, valide, certamente, ma che lasciano in bocca un po’ d’amaro, perché rimane nel visitatore la sensazione che il salto di qualità, l’esecuzione delle vere opere non fu mai ultimata. Solo esaminando e valutando la sua opera complessiva si possono apprezzare i suoi estenuanti sforzi di riprodurre una natura morta sgombra d’ogni emozione, antinomia dell’arte come noi la conosciamo. Morandi ha portato alla pittura una nota diversa, non per la potenza estetica dei suoi quadri o per l’armoniosità dei suoi accoppiamenti cromatici, bensì per l’abilità di aver creato un’arte che “è sempre uguale ma sempre diversa”, libera da preconcetti ed imposizioni emotive che, secondo lui, l’avrebbero spogliata della naturale poesia che l’oggetto porta con sé.

 

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Tiziano Thomas Dossena

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