Saturday, Jun. 23, 2018

FINO AL CRATERE INFINITO DEL NULLA

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1 February 2018

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FINO AL CRATERE INFINITO DEL NULLA

Racconto e illustrazione di Bruno Pegoretti

“Voglio un sapore diverso, non le solite stronzate. Scrivi qualcosa di inatteso: Frida Kahlo e Diego Rivera erano molto di più di quello che leggo, erano una coppia contemporanea, con i loro casini, una storia di adesso. Il volo per Città del Messico ce l’hai domani, alle cinque del pomeriggio, così hai tempo per mettere un paio di mutande nella valigia e salutare amici e amanti. Ricordati di portare la macchina fotografica. Non pretendo robe da Pulitzer, mi accontento della sufficienza: più in là non ci arrivi”.

“Agli ordini, mein Fuhrer!”

Sono affezionato al vecchio. Grazie a lui ho fatto carriera, guadagno più di quello che spendo e ho raggiunto quel minimo di popolarità che non guasta.

“E adesso vaffanculo. Keep in touch, Honey”.

Era il suo modo di dirmi che mi voleva bene.

La mattina dopo ficcai nel trolley quattro stracci, il Mac, la Nikon col cavalletto telescopico e telefonai ad amici e amanti per i saluti di rito:

“Ci vediamo tra dieci giorni”.

Lasciai a malincuore la mia bella casina a Monteverde, afferrai al volo un taxi e mi ritrovai a Ciampino.

Nonostante il privilegio di volare in business, col flute di bollicine, gli antipasti quasi buoni di salmone selvaggio e scampi, una discreta pasta al dente e rispettabili secondi, atterrai a Città del Messico col cervello evaporato. Nove ore di fuso orario e la mia incapacità di dormire in aereo non sono uno scherzo.

Il taxi mi scaricò davanti all’hotel, distante pochi passi dal Palacio Nacional. Era primo pomeriggio, il tempo di buttare un’occhiata al giardino dell’albergo, esuberante di piante e fiori, con la buffa fontana nel centro, popolata di putti in pietra, spruzzanti acqua dalle brocche che tenevano fra le braccia. Una cosa talmente fuori contesto, nel tripudio messicano della flora esotica, che trovai dolcemente kitsch. Raggiunsi la camera, mi gettai sul letto e dormii fino alla mattina dopo.

Mi sono svegliato sbalestrato e sono andato in bagno: barba, doccia e shampoo.

È stato quand’ero nella vasca, in piedi, col telefono della doccia in mano, che l’ho visto: uno scarafaggio se ne stava lì, immobile, sul bordo piastrellato, vicino al flacone del bagno-schiuma.

Le due cose che mi fanno più schifo al mondo sono gli scarafaggi e i ragni. Nudo rientrai in camera da letto, presi una scarpa e tornai nella vasca. Stavo per infierire il colpo mortale, ma sospesi la mano a mezz’aria. Quell’insetto ributtante mi guardava: incrociava gli occhietti, chiari e mielosi, con i miei. Mi scrutava. Mi interrogava.

Non mi giustifico: sta di fatto che l’ho risparmiato. Mi sono lavato, rincuorato con uno shampoo alla calendula, sciacquato con acqua fredda e vestito, pronto per la mia missione: la Casa Azul, a Coyoacàn, un grazioso sobborgo di Città del Messico, rallegrato dalle facciate multicolore delle piccole case. È qui che Frida e Diego vissero molti anni, ed è qui, nella Casa Azul, che Frida morì. Ogni cosa parla di lei: la policromia delle stanze, lo studio con la sedia a rotelle di fronte al cavalletto, sopra il quale poggia un quadro appena abbozzato, e poi il trionfante giardino tropicale, abitato da minacciose sculture precolombiane, e l’immensa cucina gialla, con i cassetti mezzo aperti, dai quali spuntano conti della spesa e note di ogni giorno. In un foglio, ai piedi di una lunga lista di numeri, vedo scritto, a matita e con grafia femminile, ‘il prossimo mese dobbiamo risparmiare’. Grande Frida, sei tutti noi.

Ho scattato un centinaio di foto.

Confesso che considero la pittura di Frida inquietante, pur giustificando il dolore che, nella quotidianità del suo inferno, trasuda dai quadri. E il volto bello, di sacrificale intensità, lo trovo inquinato dall’ombra nera sopra le labbra e dal folto delle sopracciglia unite. Con tutto il rispetto, preferisco le donne avvezze alla ceretta.

Che dire su Diego? I murales, dipinti con strabiliante, felicissima mano, mi lasciano indifferente. Mi appaiono tronfi, retorici, se non quando spuntano, tra una moltitudine di operai in tuta da lavoro e altri personaggi della contemporaneità d’allora, i grugni animaleschi e orribili delle deità azteche, orgogliose estraneità nel mondo illusorio degli umani.

Non avrei certo scritto queste considerazioni personali, da nulla. Avrei parlato di audacia, splendore e capolavori.

È la stampa, bellezza!

E avrei soprattutto descritto – e questo m’intrigava veramente – il rapporto d’amore tra Frida e Diego. Ancora una volta aveva ragione il direttore: una coppia d’oggi, se non addirittura di domani. Si sposano due volte e si tradiscono a vicenda con reiterato furore. Lei, fra gli innumerevoli altri, consuma una storia avvincente con Léon Trotskij e con André Breton, non disdegnando l’amore saffico, che celebra con passione. Lui, alto, imponente e grasso, ma dotato di assoluto fascino, s’accoppia con qualunque donna incontri, meglio se giovane e bella. Eppure il loro amore vince e vincerà comunque, fino al 1954, quando Frida, travolta da laceranti sofferenze fisiche, ci lascia. E questi favolosi accadimenti e il loro dipanarsi, perduto nella prima metà del secolo passato, risplendono di agitata modernità.

La sera, dopo una cena frugale in un ristorante di poco conto, rientrai in albergo. Buttai giù qualche riga e guardai le foto, ma ne salvai soltanto un paio. Mi assalì lo struggimento che sempre mi turba quando sono all’estero. Con nostalgia pari alla mia solitudine cercai su YouTube stupidi programmi della tivù italiana, cose che non avrei mai visto a casa mia e che, perso in un piccolo hotel di Città del Messico, mi colmavano il cuore di malinconia. Mi addormentai in pace col mondo, con le cuffie nelle orecchie, nel momento che il Mac sussurrava una ninnananna: ‘Azzurro, il pomeriggio è troppo azzurro e lungo, per me, ma il treno dei desideri nei miei pensieri all’incontrario va…’

La mattina l’ho ritrovato lì, lo scarafaggio, sull’orlo della vasca, nell’esatta posizione nella quale l’avevo lasciato, fermo come se non si fosse mai mosso. Ho fatto la doccia tentando di evitare i suoi occhi enigmatici. Sembravano chiedermi ‘chi sei tu?’ Non ci ho fatto caso, ma ho pensato di cosa si cibasse, la notte, in bagno: shampoo? Bagno- schiuma? Spuma da barba? Mi sopravvenne la certezza che le sole cose di una minima commestibilità, per quella creatura, fossero quattro capelli e qualche pelo pubico, incrostati nella profondità dello scarico della vasca.

Provai ribrezzo.

Asciugato e vestito, raggiunsi il supermercato di fronte all’hotel e comperai un minimo di spesa. In camera, ho raccolto nella mano due briciole di pane, un microgrammo di carne rossa (non troppa, perché fa male) e una fettina microscopica di zucchina, ricca di fibre e tanto utile al transito intestinale: carboidrati, proteine e vitamine. Una dieta perfettamente bilanciata. Decisi di dargli un nome, allo scarafaggio: va da sé che lo chiamai Gregorio.

Ritornai alla Casa Azul. Per fortuna non c’era tanta gente. Scattai un altro centinaio di foto.

La sera, dopo aver scelto altre immagini appena ‘sufficienti’, (come avrebbe commentato il direttore), mi trovai a rileggere, in una piacevole traduzione spagnola e con rinnovata avidità, alcuni racconti di Kafka.

Prima di andare a dormire preparai il cibo per Gregorio.

“Domani pesce, è venerdì” dissi sottovoce. Ho messo in fila, al solito posto sul bordo della vasca, due corpuscoli di tortilla di mais, un briciolino di tonno sott’olio e una puntina di broccoli, generosi di antiossidanti, fondamentali contro i radicali liberi.

Finii, ed era notte, col cercare su YouTube qualcosa d’italiano.

Mi sentivo solo, tanto solo.

Il giorno dopo, di primo mattino, Gregorio mi stava aspettando, inappuntabile alla consegna. Il cibo era sparito. Canticchiavo una canzone sotto la doccia, quando mi trafisse un dubbio: e se invece di Gregorio si fosse chiamata Gregoria? Le cose sono più complicate di come appaiono: c’è gente che discute sul sesso degli angeli, che volete che ne sappia io sul sesso degli scarafaggi? Lei, ammesso che fosse una lei, con lo sguardo furbetto, addirittura indegno, mi fissava, e teneva gli occhi puntati lì, proprio lì. Si potrebbe obiettare che pure lei, ammesso che fosse una lei, si presentava ogni mattina completamente nuda. È vero, ma io, giuro, non l’ho mai osservata con concupiscenza.

E lei, invece…? Chi può dirlo…?

Urlai:

“Cos’hai da guardare?” e istintivamente raccolsi le mani a conchiglia e mi coprii il pube.

“Ogni cosa a suo tempo!” borbottai nel balzare fuori dalla vasca, mezzo insaponato. Coperti i fianchi con l’accappatoio, sono uscito dal bagno sbattendo la porta, e così com’ero, bianco di schiuma, mi sono vestito.

Ho vagato per la città senza meta, ho mangiato qualcosa senza gustarne il sapore e ho visitato un museo, non apprezzandone i quadri.

Mi sentivo solo, tanto solo.

Verso sera, sulla via del ritorno, il turbamento si acquietò. Considerai che la carne è debole e io, nudo, non sono niente male. Così, sempre che fosse una femmina, la perdonai.

Nel tornare in hotel, in un emporio ingombro d’ogni cianfrusaglia,  comprai, oltre a qualcosa da mangiare, un fornelletto da camping.

Prima di infilarmi sotto le lenzuola, ho preparato la cena per Gregorio/Gregoria: una stellina in brodo vegetale, un nulla di pollo arrosto e un’inezia di cetriolo.

“Semmai si chiamasse Gregoria”, pensai, “il cetriolo rende la pelle liscia e luminosa”.

A letto rividi con piacere ‘L’esperimento del dottor K.’.

Nell’addormentarmi mi sentivo preoccupato:

“Certo, non posso evitare di lavarmi, perché quella impertinente mi guarda. Devo inventare uno stratagemma”.

L’indomani, di buon’ora, mi presentai nella doccia in costume da bagno: con lo Speedo olimpionico facevo la mia figura e il pudore era salvo. Gregorio/Gregoria mi accolse, come sempre inamovibile, come sempre a scrutarmi. Io sfruculiavo negli slip con spugna e sapone, indugiando sulle parti del corpo che più necessitano di accurata pulizia. Col getto della doccia, aperto leggermente il costume con le dita, detergevo generosamente annessi e connessi. Gregorio/Gregoria mi esaminava con occhi trasparenti. Imperturbabile, scuoteva talvolta le antenne, con movimenti minimi, a scatti.

Quel giorno avevo deciso di recarmi a Guanajuato, dove era nato Diego, ma prima di lasciare l’albergo e prendere il volo, rientrai in bagno. Gregorio/Gregoria erano ancora là, intento/intenta a rifocillarsi. Accennai un saluto con la mano e partii.

Città incantevole, Guanajauto, con le strade che sono tunnel sotterranei, la cattedrale di san Cajetano e la celebre università, dove, sulla lunga scalinata, i giovani del mondo si siedono, si fanno la corte e suonano la chitarra.

Ho visitato la casa natale di Diego, ora museo a lui dedicato, una signorile costruzione rossa nel centro historico. L’abitazione, distribuita su tre piani, testimonia le origini fortunate dell’artista, con i pavimenti di molte stanze nobilitati da listoni di legno pregiato e i mobili eleganti. Le pareti sono tappezzate da quadri, acquerelli, schizzi e litografie di Diego.

Era sera, quando sono uscito e mi sono avventurato in vicoli angusti, erti, costretti tra case sbertucciate, sature di compassata dignità. Girovagando, mi sono ritrovato in una piazzetta tonda, raccolta, circondata da manghi e case rispettosamente restaurate. Tralci di boungainville in fiore ne incorniciavano i portoni d’impronta coloniale. Là si affacciava un ristorantino dall’aspetto invitante. Mi sono seduto a uno dei tavolini all’aperto e ho gustato una cena squisita. Infine, in compagnia de una copa de vino tinto chileno, che ho centellinato con religiosa, lenta ritualità, ho riletto ‘La metamorfosi’, immergendomi ancora una volta nell’assurdità drammatica del racconto. Immaginai il protagonista, enorme, raccapricciante insetto, risucchiato dal vortice di un suicidio per consunzione, e lo pensai ora, lassù, tra milioni di altre creature a sei zampe, felice, a cibarsi di nuvole. Mi vennero  in mente Gregorio/Gregoria. Che staranno facendo in questo momento? Sbirciai l’orologio e conclusi che stessero ancora riposando. Mi misi l’animo in pace.

Rientrando nel mio B&B, ho riflettuto su Diego. Con che faccia lo scopatore seriale tradiva Frida? È vero, lei era poco più di un mucchietto d’ossa cigolanti tenuto insieme con lo spago, ma quanta visionaria, purissima aura in quella regina! Quanta gioia di godere il mondo e quanta voglia di sconvolgerne l’equilibrio fin dalle fondamenta. L’uomo è una bestia, conclusi. Pensai a me stesso: l’uomo è una bestia; mi convinsi.

Atterrai a Città del Messico che era tardo pomeriggio. Ho fatto un po’ di spesa per Gregorio/Gregoria e ho mangiato un panino al bar dell’hotel.

Terminai l’articolo a notte fonda e lo spedii in redazione, corredato da due foto scattate a casa di Diego. Andai in bagno: non c’era nessuno.

“Se la godono, il dormiglione/la dormigliona”, sorrisi tra me e me, “sogni d’oro. Ci vediamo domani”.

Andai in camera, mi sdraiai sul letto, ripromettendomi più tardi di preparare il cibo per lui/lei. Mi misi comodo e lessi i quotidiani italiani on-line.

Mi sono svegliato di soprassalto poco dopo le sei di mattina, con la faccia poggiata sulla tastiera del Mac. Cisposo e assonnato ho letto le e-mail. Il direttore mi scriveva che le ‘cazzate’ arrivate erano ‘sufficienti’ e che le avrebbe pubblicate sul prossimo numero della rivista. Diceva che mi regalava pure la copertina, con una foto della Casa Azul, commentando:

“Non ho trovato in giro nulla di meno schifoso.” Era il suo modo di dirmi che mi voleva bene: un gran signore, come sempre. Risposi:

“Direttore, ti amo che non sai quanto, quando mi fai i complimenti.”

Improvvisamente mi piombò sulla testa un atroce turbamento, micidiale come un colpo d’incudine:

“Cristo! Mi sono addormentato senza dare da mangiare a Gregorio/Gregoria.”

E pensare che gli/le avevo comperato del genuino parmigiano reggiano italiano, ricco d’energia e di una generosa dose di calcio. Mi sono precipitato in bagno, e quello che ho visto mi ha gelato il sangue: Gregorio/Gregoria giacevano lì, al solito posto dove mi attendevano ogni mattina, riverso/riversa a pancia in su, con le zampette rigide, piegate verso l’alto. Preso dalla disperazione, avrei voluto tentare un massaggio cardiaco, ma non sapevo da dove cominciare.

Era morto/morta! Stecchito/stecchita!

Per sempre! Sempre!

E tutto per colpa mia. L’egoismo dissennato che deliberava della mia vita, ancora una volta l’aveva sopraffatta. Io me ne stavo placido a Guanajuato, a strafogarmi di costosi manicaretti esotici e gironzolare tra sconosciute meraviglie, intanto che lui/lei si umiliavano a cibarsi di capelli e peli pubici, per più di due giorni, più di 48 (quarantotto!) ore. Considerai ripugnante quel continuo pensare sempre a me stesso e il fregarmene bellamente delle esigenze degli altri: ecco perché tutte le donne mi lasciano.

Pensai anche che Gregorio/Gregoria fossero stati presi da una crisi fatale d’abbandono. Quando sono partito, neppure un cenno di conforto. Cristo! Sarebbe bastato un post-it sullo specchio del bagno: “Ciao Gregorio/Gregoria. Stai tranquillo/tranquilla. Torno presto. Vi voglio bene.” Mi guardai allo specchio, che mi rimandò riflessa l’immagine di un mostro.

Lo/la raccolsi per un’antenna e corsi in giardino. Non c’era nessuno. Seppellii Gregorio/Gregoria all’ombra di un grande ficus. Improvvisai una croce con due pezzettini di legno, uno verticale e l’altro legato trasversalmente con la stringa di una scarpa, e la piantai nell’esiguo monticello di terra fresca. Mentalmente recitai una prece di commiato.

L’intero giorno mi abbandonai a un vagare erratico per la città. Ogni tanto perdevo la scarpa senza laccio: me la rinfilavo, continuando il vagabondare senza scopo.

E pensare che avevo programmato a come sistemare tutto. Contavo sulla comprensione della ragazza delle pulizie, che avevo incrociato un paio di volte. Sono sicuro che mi avrebbe capito. Le avrei consegnato i soldi soddisfacenti per sfamare un cristiano per sei mesi e, in più, donato una mancia sostanziosa. Le avrei spiegato la dieta e le porzioni da rispettare. So che sarebbe stata complice del mio segreto. Io sarei tornato a Città del Messico prima possibile, a tranquillizzare con la mia presenza Gregorio/Gregoria.

Tornai in albergo che era notte, ma prima pensai di infilarmi in un bar a comprare una bottiglia di tequila. Nell’attraversare la strada persi la scarpa slacciata. Fu schiacciata da almeno un cinquantino di macchine, prima di recuperarla: irrimediabilmente deformata e senza tacco, non riuscii a ricacciarla nel piede. Claudicante raggiunsi l’hotel, con la bottiglia già aperta in una mano e la scarpa nell’altra.

Mi sbronzai.

Una campana lontana batteva le tre, quando riempii di vomito la tazza del cesso.

Non chiusi occhio. La mattina presto, penosamente rincoglionito, raggruppai le mie quattro carabattole e arrivai al taxi che mi attendeva fuori la hall, reggendo il trolley nella sinistra e la scarpa nella destra.

All’aeroporto, risolte le consuete formalità, l’altoparlante scandì il mio nome:

“Ultima chiamata, presentarsi con urgenza al gate 21C”.

Ansante, mi imbarcai che il Jumbo rullava i motori. L’hostess incaricata del benvenuto a bordo mi guardò con la commiserazione riservata a un cane malato e senza padrone: avevo la faccia stravolta, i capelli incollati sulla fronte sudata e una scarpa in mano. Soffermò l’attenzione sul cavallo dei pantaloni e sollevò gli occhi, attraversando i miei. Scrollò con disprezzo la testa: avevo la patta aperta.

***

Sono trascorsi tre mesi da quando Gregorio/Gregoria mi hanno lasciato solo. I sensi di colpa mi opprimono i giorni e mi torturano le notti. Sto attraversando un brutto periodo.

Ieri sera, con alcuni amici, abbiamo cenato in una trattoria di Trastevere. Qualcuno ha trovato che avessi l’aria provata: mi sono giustificato, parlando del troppo lavoro e dello stress. Accanto a me sedeva una giovane donna, Carolina, bella e spiritosa, fotografa free-lance. Ho fatto il cascamorto, ho buttato a caso due battute riuscite e le ho strappato un invito, noi due soli, tra un paio di sere.

“È fatta”, mi son detto. Sapevo dove portarla a cena, e dopo in un localino intimo dove suonano jazz dal vivo. Non so come sarebbe finita, ma da parte mia mi sentivo pronto per l’assalto finale.

Per un po’, il tempo della cena, ho dimenticato le mie pene. Ho pasteggiato più che bene a un prezzo democratico, la compagnia è stata eccellente, e Carolina, Carolina…

Giusto usciti dal locale, Carolina ha gridato:

“Cazzo! Uno scarafaggio!” Ha cercato di calpestarlo, ma lui, guizzato di lato, zigzagando terrorizzato, mi è passato tra le gambe per raggiungere di corsa il tombino più vicino e catapultarvisi dentro.

“Ci sono due cose che mi fanno più schifo al mondo, e sono gli scarafaggi e i ragni”, ha commentato con una smorfia sul viso.

Io ho inventato una scusa qualsiasi e ho salutato tutti a trastullarsi nel cazzeggio del dopo cena.

In macchina ho parlato ad alta voce, da solo:

“Col cazzo che la rivedo, quella puttana. Che vada a farsi fottere da un altro, la troia!”

A casa mi sono cacciato a letto, ma la valanga fatale di ricordi e rimorsi mi ha travolto, come in tutte le notti precedenti. Ormai lo so, Gregorio/ Gregoria, o tutti e due, mi perseguiteranno in un sudario di eternità senza requie, nel dormiveglia irrisolto degli assassini, al di là dello scardinare del tempo e oltre lo spegnersi del sole, fino al cratere infinito del nulla.

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