Monday, December 6, 2021

Essere controcorrente

di Marina Agostinacchio

Leggo questa mattina un articolo che sottolinea in forma encomiastica la canzone vincitrice dell’Eurovision Song Contest 2021
Potrei gioire, animata da quello spirito di appartenenza al Paese rappresentato dal gruppo italiano, salito sul palco della Ahoy Arena di Rotterdam.

Potrei gioire, animata da quello spirito di appartenenza al Paese rappresentato dal gruppo italiano

Per capire bene le parole del testo “Zitti e Buoni”, incalzata come mi sentivo ieri dal ritmo assordante dei suoni indistinti che uscivano dalle ugole dei quattro ragazzi, appellati come i rappresentanti del “rock’n’roll in salsa made in Italy”, ho dovuto leggere questa mattina le parole in Angolo Testi – Testi Canzoni Testi Musicali Testi di Canzoni Song… (www.angolotesti.it)

Potrei gioire, animata da quello spirito di appartenenza al Paese rappresentato dal gruppo italiano

Loro non sanno di che parlo
Vestiti sporchi fra’ di fango
Giallo di siga’ fra le dita
Io con la siga’ camminando
Scusami ma ci credo tanto
Che posso fare questo salto
Anche se la strada è in salita
Per questo ora mi sto allenando
E buonasera signore e signori
Fuori gli attori
Vi conviene toccarvi i coglioni
Vi conviene stare zitti e buoni
Qui la gente è strana tipo spacciatori
Troppe notti stavo chiuso fuori
Mo’ li prendo a calci ‘sti portoni
Sguardo in alto tipo scalatori
Quindi scusa mamma se sto sempre fuori, ma

Sono fuori di testa ma diverso da loro
E tu sei fuori di testa ma diversa da loro
Siamo fuori di testa ma diversi da loro
Siamo fuori di testa ma diversi da loro

Io
Ho scritto pagine e pagine
Ho visto sale poi lacrime
Questi uomini in macchina
Non scalare le rapide
Scritto sopra una lapide
In casa mia non c’è Dio
Ma se trovi il senso del tempo
Risalirai dal tuo oblio
E non c’è vento che fermi
La naturale potenza
Dal punto giusto di vista
Del vento senti l’ebrezza
Con ali in cera alla schiena
Ricercherò quell’altezza
Se vuoi fermarmi ritenta
Prova a tagliarmi la testa
Perché

Sono fuori di testa ma diverso da loro
E tu sei fuori di testa ma diversa da loro
Siamo fuori di testa ma diversi da loro
Siamo fuori di testa ma diversi da loro

Parla la gente purtroppo
Parla non sa di che cosa parla
Tu portami dove sto a galla
Che qui mi manca l’aria
Parla la gente purtroppo
Parla non sa di che cosa parla
Tu portami dove sto a galla
Che qui mi manca l’aria
Parla la gente purtroppo
Parla non sa di che cazzo parla
Tu portami dove sto a galla
Che qui mi manca l’aria

Ma sono fuori di testa ma diverso da loro
E tu sei fuori di testa ma diversa da loro
Siamo fuori di testa ma diversi da loro
Siamo fuori di testa ma diversi da loro
Noi siamo diversi da loro

A parte qualche assonanza, parlo/fango/dita/camminando/tanto/salto/salita/ allenando…. e via di seguito, nel testo della canzone, il senso del discorso di protesta nei riguardi di un mondo conformista e noncurante dei diseredati, emarginati, arrabbiati, mi ha riportato alla mente, per l’atteggiamento di ribellione, attraversato nel dire e nelle movenze sceniche dei corpi, il “Jack Frusciante è uscito dal gruppo” di Brizzi, che decide di “uscire dal gruppo”, di rompere gli schemi, di fare un ‘salto’ fuori dal ‘cerchio’ che ci hanno disegnato attorno”.
Ma Jack del racconto aveva 17 anni, e l’atteggiamento oppositivo serviva per potere crescere.

Ora i Maneskin sono già cresciutelli e i modi e le forme di protesta avrebbero, forse, potuto avere modalità espressive più costruttive per raggiungere lo scopo del proprio intento comunicativo.

Ora i Maneskin sono già cresciutelli e i modi e le forme di protesta avrebbero, forse, potuto avere modalità espressive più costruttive per raggiungere lo scopo del proprio intento comunicativo. Sicché a me questo testo è sembrato più un cavalcare con facilità il tema del momento (momento lungo peraltro), che un vero e proprio anelito dello spirito verso l’esposizione di una giusta causa.
Mi chiedo se tutto ancora una volta abbia per rimando una qualche forma di conoscenza, che è studio e arricchimento, misura e forza, coraggio e fermezza del dire; parola alta, insomma, incisiva, solenne.

Mario Luzi

Vola alta, parola, cresci in profondità,/tocca nadir e zenith della tua significazione,/giacché talvolta lo puoi – sogno che la cosa esclami/nel buio della mente –/però non separarti da me, non arrivare,/ti prego, a quel celestiale appuntamento/da sola, senza il caldo di me/o almeno il mio ricordo, sii/luce, non disabitata trasparenza … (Mario Luzi-Per il battesimo dei nostri frammenti -1985)
E così anche nel testo, “Muore ignominiosamente la repubblica”, sempre di Mario Luzi, (Dall’opera poetica “Al fuoco della controversia”1977), contro gli eventi che portarono all’uccisione di Aldo Moro, ecco un modo di fare risuonare alta la parola:
Muore ignominiosamente la repubblica.
Ignominiosamente la spiano
i suoi molti bastardi nei suoi ultimi tormenti.
Arrotano ignominiosamente il becco i corvi nella stanza accanto.
Ignominiosamente si azzuffano i suoi orfani,
si sbranano ignominiosamente tra di loro i suoi sciacalli.
Tutto accade ignominiosamente, tutto
meno la morte medesima – cerco di farmi intendere
dinanzi a non so che tribunale
di che sognata equità. E udienza è tolta.

Parola che non vuole essere scontata, facile, ma colma di significato, perciò tirata fino “all’estremo della significazione”, pure se, in questa sua ascesi, ancorata alla dimensione del corpo nel suo farsi nell’alveo dell’esperienza umana, biologica e spirituale.

Eppure, senza scomodare i poeti, la tradizione cantautorale italiana vanta nomi come De Andrè, Dalla, Gaber…

Orazio

Penso a molti giovani disorientati, anche per colpa di educatori svuotati di punti di riferimento. E lo dico da ex insegnante che vive ancora con passione le possibilità di confronto con i giovani, attraverso itinerari di scrittura prendendo spunto dalle parole dei poeti.
Eppure, senza scomodare i poeti, la tradizione cantautorale italiana vanta nomi come De Andrè, Dalla, Gaber… e questi signori di cose ne avevano da dire verso una società conformista, mistificatrice, disonesta… e come sapevano dirle…
Penso anche a tal proposito a quella misura, appresa dagli antichi, dell’esprimere e del sentire. Potrebbe forse ancora saperci dire qualcosa?.
“V’è una misura nelle cose: vi sono determinati confini, al di là e al di qua dei quali non può esservi il giusto”, parole del poeta Orazio – vissuto duemila anni fa – che ci vuole indicare il senso del limite.
Questo senso di un oltre trasgredito mi fa riflettere anche su come, calpestando i limiti, in ogni ambito, con un atteggiamento di sfida, sia facile percorrere la strada verso il raggiungimento del prestigio e della fama. Inoltre, il conseguimento di questa meta, anche solo a livello mentale, potrebbe costituire il primo passo verso una pratica per esercitare e giustificare il proprio diritto di superiorità sugli altri. Ma al di là di dirsi “Sono il più bravo, il più importante, il più vero, il più giusto, il più forte… rimaniamo mezz’uomini, ominicchi, se non addirittura dei quaquaraquà, come scriveva Leonardo Sciascia, nel libro “Il giorno della civetta”, se quello che si intende conquistare è svuotato di ogni valore.

Marina Agostinacchio
Nel 1998 e nel 2007, Marina Agostinacchio è tra i vincitori del concorso nazionale di poesia “Premio Rabelais”. Nel 2006 è tra i finalisti del Premio “Tra Secchia e Panaro”. Nel 2002 ha ottenuto il Premio internazionale Eugenio Montale per l’inedito. Nel 2006 pubblica la raccolta di poesie Porticati, nel 2009 la raccolta Azzurro, il Melograno, nel 2012 Lo sguardo, la gioia, nel 2014 Tra ponte e selciato. Nel 2021, Marina Agostinacchio ha pubblicato il volume di poesie Trittico berlinese.

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